L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami

 

Nuotare. A lunghe bracciate, morbide, una dietro l’altra, avanti e indietro fino a sciogliere la tensione, fino a sentire il silenzio dentro di sé e dimenticare il dolore dell’abbandono e del rifiuto.
A chi non è successo?
Ognuno di noi si porta dentro la paura dell’essere inadeguato incolore agli occhi delle persone che ama…E il finale non c’è, a rincuorarci che finalmente Tsukuro troverà un colore che lo contenga.
Signor Haruki, io devo incontrarti. Possibilmente in Giappone. Possibilmente mangiando con te in un bistrot di Tokyo come fai fare ai tuoi personaggi. Possibilmente ascoltando la musica che accompagna lo scorrere dei tuoi romanzi.Possibilmente parlando di tutti gli Tazaki Tsukuru, di tutte le Sara e le Eri, le Shiro, i Watanabe Noboru,i Kafka e così via…
Perché ho bisogno di capire come sia possibile che ogni romanzo mi affascini e mi turbi allo stesso tempo, mi inquieti e mi dia serenità e mi faccia sentire così vicina ad una cultura a me così sconosciuta…

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Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami

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Trovo incoraggiante sapere che il libro contiene 500 pagine, significa che avrò il tempo di immergermi nel limbo ipnotico del ritmo “murakamiano”. Il tempo mi è necessario per sognare, svegliarmi e cercare di decifrare i pensieri dei personaggi, elaborare i dolori e la solitudine del loro percorso, ritrovare nel loro travaglio la stessa difficoltà che ho provato per lasciare il mondo dell’adolescenza e rinascere al mondo respirando con consapevolezza il profumo della vita.
Il tempo potrebbe servire anche a sbrogliare la matassa degli eventi inconsueti, inverosimili, al limite del paranormale che accompagnano i protagonisti e comprendere gli impossibili intrecci e i misteri senza soluzione del romanzo…ma così non è, che se ami Murakami lo sai già, che non ci sarà una spiegazione rassicurante, ma diverse possibili ipotesi che hanno un senso solo se non cerchi di calarle nella realtà.
Nakata è l’innocenza, la fiducia, la capacità di compiere una missione con spirito puro e altruista. Non ha rimpianti, non prova paura, non comprende i travagli degli uomini. La sua purezza ne fa un eroe capace di fare in modo che si compia la metamorfosi di Tamura, che invece prova dolori vivissimi ed è intriso di rimpianti e sensi di colpa, è incapace di amare liberamente perché schiavo di una profezia cui cerca inutilmente di sfuggire.
E poi Oshima, ancella asessuata che fa da mentore quasi fosse un padre amorevole e infonde il necessario coraggio in Tamura per aiutarlo a compiere i passi che lo porteranno a comprendere il tumulto che si porta nel cuore….
Tutto scorre come fosse un fluido lattiginoso ed incolore, un viaggio dantesco con i consueti sapienti intrecci fra musica e letteratura che rendono Murakami unico nel suo genere.
Detto ciò, non è fra i miei preferiti, questo romanzo, ed un poco mi ha delusa, in definitiva.
Questa volta ho trovato eccessive le meticolose descrizioni dei vari abbigliamenti e delle marche di t-shirt, occhiali, scarpe, ecc…
Stridono un poco, trovo: che ci azzeccano con i tormenti del giovane Tamura?

L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon

Viviamo in un mondo di ombre, Daniel, e la fantasia è un bene raro. Quel libro mi ha insegnato che la lettura può farmi vivere con maggiore intensità, che può restituirmi la vista.

“Solo allora mi sdraiai sul letto, il libro appoggiato sul petto, e ascoltai i suoni della città addormentata posarsi sui tetti screziati di porpora. Il sonno e la stanchezza bussavano alla porta, ma io resistetti. Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti…”

Un poco come per Daniel, il protagonista, che viene accompagnato dal padre in un luogo magico e segreto per la scelta di un libro “dimenticato” da salvare, il mio incontro con L’ombra del vento è stato del tutto casuale: non conoscevo l’autore, ignoravo che fosse un best seller, e l’ho scelto al ritorno da un viaggio a Barcellona per ritrovare la splendida città nelle ambientazioni del romanzo.
E’ stato un colpo di fulmine. L’ho letto quasi d’un fiato, impaziente di terminarlo da un lato e ripromettendomi di ricominciarlo daccapo ad ogni pagina per prolungare la passione che mi scatenava…
Niente di particolare, niente di eccelso, lo stile è semplice, quasi povero, scorrevole, non lo definirei un capolavoro letterario, eppure la storia mi ha avvolta in una spirale di sentimenti che si insidiavano anche nei miei sogni notturni.
Le vite dei personaggi si intrecciano con le oscure vicende di cui sono protagonisti in una vita collettiva che è una sorta di specchio in cui si riflettono momenti storici bui e tenebrosi, artisti maledetti, perseguitati politici, poveri sfortunati, donne bellissime e sole, uomini incapaci di amare o persi per amore, in un condensato di una umanità dolente che riesce a riscattarsi imparando dagli errori già commessi o può perdersi per sempre per via di un destino beffardo e crudele.
L’ombra del vento è un libro che parla di sentimenti assoluti, di “passioni”, di passione per i libri e del loro potere sui destini degli uomini.
Anche Barcellona è inconsueta sebbene i luoghi in cui si svolge la storia siano riconoscibili e perfettamente identificabili nella Barcellona odierna, nei quartieri del Barrio Gótico e del Raval situati nel centro storico della città, sulla collina del Tibidabo, a Montijuic. E’ una Barcellona che vive anni bui della storia, fra la fine del Modernismo, con la sua architettura ardita ed innovativa e la tragedia del periodo del franchismo e della guerra.
E poi c’è il Cimitero dei Libri Dimenticati, luogo magico dove ogni lettore appassionato vorrebbe essere condotto per poter adottare un libro dimenticato da salvare e che potrebbe salvare la propria vita.

La Ferocia di Nicola Lagioia

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Ero incuriosita. L’ho osservato nelle vetrine per qualche mese, prima di decidermi a comprarlo. Si era aggiudicato il premio Strega, e da quella rassegna avevo già tratto spunto per conoscere Elena Ferrante ed innamorarmene a prima vista; era stato presentato in concorso da Alberto Asor Rosa e Concita De Gregorio, aveva quindi ottime referenze.

Così mi sono decisa, e l’ho affrontato.
Prima delusione: uno stile narrativo ostico e poco scorrevole, un incedere lento ….
Dopo qualche decina di pagine mi sono accorta che la mia mente aveva iniziato a contare le volte in cui compariva la parola “algoritmo” nel testo, e che spesso dovevo tornare su frasi che sembravano messe lì a vanvera, per rileggerle senza comprenderne comunque il significato…Duro proseguire, continui passaggi dalla prima alla terza persona,noiose descrizioni minuziose ed inutili che fanno perdere il filo della trama.
Un centinaio di pagine, resisti perché speri che la storia si dipani, che si comprenda il perché di questa discesa rovinosa di una famiglia potente, che si sleghino i concetti per dare voce e senso alla ferocia lugubre che aleggia nella vita di queste persone che paiono schegge impazzite di una società malata.
Invece, nonostante alcuni spunti interessanti e buone idee narrative la storia non decolla, e a ben vedere affronta solo banalmente il problema del degrado morale di una famiglia della buona borghesia e della nostra società.
il rapporto tra i due fratelli Clara e Michele che sono gli unici nel romanzo dei quali cogliamo un sentimento amoroso non è comunque convincente.
E dunque queste quattrocento pagine diventano eterne, la decisione di proseguire fino alla conclusione non è dovuta alla suspense sprigionata da un noir dai buoni ingredienti, ma dalla caparbietà del lettore che comunque non abbandona a metà un libro iniziato.

Lacci di Domenico Starnone

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Di Starnone avevo letto solo “Denti”, che ancora oggi mi procura brividi di angoscia, e ho trovato il coraggio di riprendere in mano un suo libro solo per un vezzo alla Scherlock Holmes alle prese con la possibile soluzione del mistero sulla vera identità della Ferrante….
Il romanzo mi ha avvolta immediatamente in una spirale di tristezza e consapevolezza della ferocia dell’abbandono e delle conseguenze dello sgretolamento di un nucleo familiare; bello il racconto a tre voci, i diversi punti di vista di una stessa vita…bello e crudele.
Letto fino alla fine d’un fiato solo, e mi ero dimenticata di Elena Ferrante.

Ridateci la famiglia del Mulino Biancoooooooooooo!

Nizza d’inverno

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E’ un poco come spiare non visti piccoli scorci della vita degli altri…

L’elemento d’unione: un bisogno comune, una voglia condivisa, assaporare il tepore di un raggio di sole dopo giorni grigi

Il mare davanti agli occhi, una sedia in legno di un azzurro consumato dalla salsedine sulla promenade per scaldarsi un poco al sole d’inverno

In fila, fianco a fianco una coppia di mezz’età salutisti con la pelle curata ed il fisico asciutto che leggono con interesse la pagina politica di un quotidiano tedesco,

una ragazza florida dall’incarnato bianco e luminoso curiosa della notizia di un gossip urlato a caratteri cubitali da un giornale americano

un mediorientale con un quaderno sottile scritto fitto fitto di frasi che formano ordinati ed eleganti arabeschi

una donna appesantita dagli anni e dalle preoccupazioni dal volto arrossato con un foulard in testa ed una collana dal ciondolo tondo come quello delle nonne di una volta che semplicemente guarda lontano, senza vedere la lingua azzurra del mare, unicamente seguendo i propri pensieri, cercando un attimo di pace

una coppia di anziani vestiti a più strati con tre o quattro ombrelli in mano stanchi di una passeggiata breve ma faticosa

una persona con la testa appoggiata alle ginocchia e le mani intorno al viso come a voler lenire un dolore o fermare un pensiero ossessivo che solleva a tratti il volto dall’espressione di una indicibile disperazione e solitudine

intorno a loro un via vai distratto di altri pensieri, passi, sorrisi di chi trascorre un pomeriggio su questo lungomare generoso di spazi per chi desidera correre, pedalare, pattinare, passeggiare solo o con un cane, un bambino, un amante, un amico.

Sopra tutti una miriade di gabbiani leggeri ed aggraziati in cerca di cibo disegnano ampi raggi nel cielo, mischiando versi striduli al fragore delle onde.

E poi noi due, assorti nel primo regalo di una primavera non ancora annunciata, compagni di un percorso iniziato in un pomeriggio ormai lontano ma ancora vivido nei ricordi. A volte camminiamo a fianco, a tratti proseguiamo soli, poi ci incontriamo e le nostre mani si sfiorano.

La cotogna di Istanbul di Paolo Rumiz

Ci sono storie che acquistano peso ed importanza via via che si tramandano… si raccontano, volano di bocca in bocca, percorrono strade, città, varcano i confini delle nazioni senza che siano scritte, affidate solo alla magia della narrazione orale.
Questo racconto possiede proprio questa caratteristica: scritto al ritmo di ballata, piano piano ti avvolge e ti conduce a passo di danza in un vortice di emozioni e di passioni di una umanità magica e malinconica.
E’ di Max e Masa, e del loro amore, che si racconta.
Masa, la bella Masa “occhio tartaro e femori lunghi, occhi come grani di uva nera”.
Sulle note della ballata Žute dunje, «Gialle Cotogne», in una invernale notte bosniaca scaldata da gelida vodka, comincia la storia d’amore fra i due protagonisti.

Žute dunje

Fu l’amore fra due giovani
Per un mese per un anno,
quando chieser di sposarsi,
di sposarsi aman aman,
i nemici disser no.

S’ammalò Fatma la bella
Figlia unica di madre.
Per guarir mi porterai,
lei gli disse aman aman,
la cotogna d’Istanbùl.

La cotogna andò a cercare
fin nella città imperiale
ma tre anni lui sparì,
per tre anni aman aman,
per tre anni niente più.

Tornò alfine con la mela
Ma trovò il suo funerale.
Gridò a tutti di fermarsi:
vi darò tutto il mio oro
se baciare la potrò.

Ascolta Zute Dunje – Goran Bregovic

 

 

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