L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami

 

Nuotare. A lunghe bracciate, morbide, una dietro l’altra, avanti e indietro fino a sciogliere la tensione, fino a sentire il silenzio dentro di sé e dimenticare il dolore dell’abbandono e del rifiuto.
A chi non è successo?
Ognuno di noi si porta dentro la paura dell’essere inadeguato incolore agli occhi delle persone che ama…E il finale non c’è, a rincuorarci che finalmente Tsukuro troverà un colore che lo contenga.
Signor Haruki, io devo incontrarti. Possibilmente in Giappone. Possibilmente mangiando con te in un bistrot di Tokyo come fai fare ai tuoi personaggi. Possibilmente ascoltando la musica che accompagna lo scorrere dei tuoi romanzi.Possibilmente parlando di tutti gli Tazaki Tsukuru, di tutte le Sara e le Eri, le Shiro, i Watanabe Noboru,i Kafka e così via…
Perché ho bisogno di capire come sia possibile che ogni romanzo mi affascini e mi turbi allo stesso tempo, mi inquieti e mi dia serenità e mi faccia sentire così vicina ad una cultura a me così sconosciuta…

Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami

cropped-dsc_7899.jpg

Trovo incoraggiante sapere che il libro contiene 500 pagine, significa che avrò il tempo di immergermi nel limbo ipnotico del ritmo “murakamiano”. Il tempo mi è necessario per sognare, svegliarmi e cercare di decifrare i pensieri dei personaggi, elaborare i dolori e la solitudine del loro percorso, ritrovare nel loro travaglio la stessa difficoltà che ho provato per lasciare il mondo dell’adolescenza e rinascere al mondo respirando con consapevolezza il profumo della vita.
Il tempo potrebbe servire anche a sbrogliare la matassa degli eventi inconsueti, inverosimili, al limite del paranormale che accompagnano i protagonisti e comprendere gli impossibili intrecci e i misteri senza soluzione del romanzo…ma così non è, che se ami Murakami lo sai già, che non ci sarà una spiegazione rassicurante, ma diverse possibili ipotesi che hanno un senso solo se non cerchi di calarle nella realtà.
Nakata è l’innocenza, la fiducia, la capacità di compiere una missione con spirito puro e altruista. Non ha rimpianti, non prova paura, non comprende i travagli degli uomini. La sua purezza ne fa un eroe capace di fare in modo che si compia la metamorfosi di Tamura, che invece prova dolori vivissimi ed è intriso di rimpianti e sensi di colpa, è incapace di amare liberamente perché schiavo di una profezia cui cerca inutilmente di sfuggire.
E poi Oshima, ancella asessuata che fa da mentore quasi fosse un padre amorevole e infonde il necessario coraggio in Tamura per aiutarlo a compiere i passi che lo porteranno a comprendere il tumulto che si porta nel cuore….
Tutto scorre come fosse un fluido lattiginoso ed incolore, un viaggio dantesco con i consueti sapienti intrecci fra musica e letteratura che rendono Murakami unico nel suo genere.
Detto ciò, non è fra i miei preferiti, questo romanzo, ed un poco mi ha delusa, in definitiva.
Questa volta ho trovato eccessive le meticolose descrizioni dei vari abbigliamenti e delle marche di t-shirt, occhiali, scarpe, ecc…
Stridono un poco, trovo: che ci azzeccano con i tormenti del giovane Tamura?

L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon

Viviamo in un mondo di ombre, Daniel, e la fantasia è un bene raro. Quel libro mi ha insegnato che la lettura può farmi vivere con maggiore intensità, che può restituirmi la vista.

“Solo allora mi sdraiai sul letto, il libro appoggiato sul petto, e ascoltai i suoni della città addormentata posarsi sui tetti screziati di porpora. Il sonno e la stanchezza bussavano alla porta, ma io resistetti. Non volevo abbandonare la magia di quella storia né, per il momento, dire addio ai suoi protagonisti…”

Un poco come per Daniel, il protagonista, che viene accompagnato dal padre in un luogo magico e segreto per la scelta di un libro “dimenticato” da salvare, il mio incontro con L’ombra del vento è stato del tutto casuale: non conoscevo l’autore, ignoravo che fosse un best seller, e l’ho scelto al ritorno da un viaggio a Barcellona per ritrovare la splendida città nelle ambientazioni del romanzo.
E’ stato un colpo di fulmine. L’ho letto quasi d’un fiato, impaziente di terminarlo da un lato e ripromettendomi di ricominciarlo daccapo ad ogni pagina per prolungare la passione che mi scatenava…
Niente di particolare, niente di eccelso, lo stile è semplice, quasi povero, scorrevole, non lo definirei un capolavoro letterario, eppure la storia mi ha avvolta in una spirale di sentimenti che si insidiavano anche nei miei sogni notturni.
Le vite dei personaggi si intrecciano con le oscure vicende di cui sono protagonisti in una vita collettiva che è una sorta di specchio in cui si riflettono momenti storici bui e tenebrosi, artisti maledetti, perseguitati politici, poveri sfortunati, donne bellissime e sole, uomini incapaci di amare o persi per amore, in un condensato di una umanità dolente che riesce a riscattarsi imparando dagli errori già commessi o può perdersi per sempre per via di un destino beffardo e crudele.
L’ombra del vento è un libro che parla di sentimenti assoluti, di “passioni”, di passione per i libri e del loro potere sui destini degli uomini.
Anche Barcellona è inconsueta sebbene i luoghi in cui si svolge la storia siano riconoscibili e perfettamente identificabili nella Barcellona odierna, nei quartieri del Barrio Gótico e del Raval situati nel centro storico della città, sulla collina del Tibidabo, a Montijuic. E’ una Barcellona che vive anni bui della storia, fra la fine del Modernismo, con la sua architettura ardita ed innovativa e la tragedia del periodo del franchismo e della guerra.
E poi c’è il Cimitero dei Libri Dimenticati, luogo magico dove ogni lettore appassionato vorrebbe essere condotto per poter adottare un libro dimenticato da salvare e che potrebbe salvare la propria vita.

La Ferocia di Nicola Lagioia

IMG_1391

Ero incuriosita. L’ho osservato nelle vetrine per qualche mese, prima di decidermi a comprarlo. Si era aggiudicato il premio Strega, e da quella rassegna avevo già tratto spunto per conoscere Elena Ferrante ed innamorarmene a prima vista; era stato presentato in concorso da Alberto Asor Rosa e Concita De Gregorio, aveva quindi ottime referenze.

Così mi sono decisa, e l’ho affrontato.
Prima delusione: uno stile narrativo ostico e poco scorrevole, un incedere lento ….
Dopo qualche decina di pagine mi sono accorta che la mia mente aveva iniziato a contare le volte in cui compariva la parola “algoritmo” nel testo, e che spesso dovevo tornare su frasi che sembravano messe lì a vanvera, per rileggerle senza comprenderne comunque il significato…Duro proseguire, continui passaggi dalla prima alla terza persona,noiose descrizioni minuziose ed inutili che fanno perdere il filo della trama.
Un centinaio di pagine, resisti perché speri che la storia si dipani, che si comprenda il perché di questa discesa rovinosa di una famiglia potente, che si sleghino i concetti per dare voce e senso alla ferocia lugubre che aleggia nella vita di queste persone che paiono schegge impazzite di una società malata.
Invece, nonostante alcuni spunti interessanti e buone idee narrative la storia non decolla, e a ben vedere affronta solo banalmente il problema del degrado morale di una famiglia della buona borghesia e della nostra società.
il rapporto tra i due fratelli Clara e Michele che sono gli unici nel romanzo dei quali cogliamo un sentimento amoroso non è comunque convincente.
E dunque queste quattrocento pagine diventano eterne, la decisione di proseguire fino alla conclusione non è dovuta alla suspense sprigionata da un noir dai buoni ingredienti, ma dalla caparbietà del lettore che comunque non abbandona a metà un libro iniziato.

Lacci di Domenico Starnone

cropped-p10700123.jpg

Di Starnone avevo letto solo “Denti”, che ancora oggi mi procura brividi di angoscia, e ho trovato il coraggio di riprendere in mano un suo libro solo per un vezzo alla Scherlock Holmes alle prese con la possibile soluzione del mistero sulla vera identità della Ferrante….
Il romanzo mi ha avvolta immediatamente in una spirale di tristezza e consapevolezza della ferocia dell’abbandono e delle conseguenze dello sgretolamento di un nucleo familiare; bello il racconto a tre voci, i diversi punti di vista di una stessa vita…bello e crudele.
Letto fino alla fine d’un fiato solo, e mi ero dimenticata di Elena Ferrante.

Ridateci la famiglia del Mulino Biancoooooooooooo!

La cotogna di Istanbul di Paolo Rumiz

Ci sono storie che acquistano peso ed importanza via via che si tramandano… si raccontano, volano di bocca in bocca, percorrono strade, città, varcano i confini delle nazioni senza che siano scritte, affidate solo alla magia della narrazione orale.
Questo racconto possiede proprio questa caratteristica: scritto al ritmo di ballata, piano piano ti avvolge e ti conduce a passo di danza in un vortice di emozioni e di passioni di una umanità magica e malinconica.
E’ di Max e Masa, e del loro amore, che si racconta.
Masa, la bella Masa “occhio tartaro e femori lunghi, occhi come grani di uva nera”.
Sulle note della ballata Žute dunje, «Gialle Cotogne», in una invernale notte bosniaca scaldata da gelida vodka, comincia la storia d’amore fra i due protagonisti.

Žute dunje

Fu l’amore fra due giovani
Per un mese per un anno,
quando chieser di sposarsi,
di sposarsi aman aman,
i nemici disser no.

S’ammalò Fatma la bella
Figlia unica di madre.
Per guarir mi porterai,
lei gli disse aman aman,
la cotogna d’Istanbùl.

La cotogna andò a cercare
fin nella città imperiale
ma tre anni lui sparì,
per tre anni aman aman,
per tre anni niente più.

Tornò alfine con la mela
Ma trovò il suo funerale.
Gridò a tutti di fermarsi:
vi darò tutto il mio oro
se baciare la potrò.

Ascolta Zute Dunje – Goran Bregovic

 

 

IMG_1300

La ballata di Iza di Magda Szabò

Terra, Fuoco, Acqua, Aria.

Sono gli elementi essenziali di un Cosmo regolato ed ordinato. Senza la fusione degli elementi è il caos.

Sono, in questo frangente, i quattro capitoli del romanzo “Pilatus”, tradotto nel più suggestivo e probabilmente commerciale titolo italiano “La ballata di Iza”, di Marta Zsabò.

Volendo analizzare il significato del titolo nel riferimento alla storia narrata, si potrebbe provare a definirlo un percorso, una lenta ballata in cui gli elementi essenziali per la genesi di un nuovo equilibrio nel cosmo delle due principali protagoniste non trovano il punto per una fusione che permetta alla vita di fluire e riprendere il corso interrotto.

E’ con la morte di Vince, l’uomo più importante della loro vita, il padre, il marito, la persona che ama e protegge con naturale generosità e senza preclusioni, che cambia inesorabilmente la storia di questo nucleo familiare alla soglia degli anni ’60 in Ungheria, nella società in fermento che cerca di lasciarsi alle spalle i postumi di un oscuro periodo storico legato al regime fascista.

Vince teneva insieme il passato ed il presente, uomo giusto che aveva pagato in prima persona le conseguenze di non essersi piegato ai diktat della dittatura e che per questo era stato esautorato dall’impiego di giudice per 23 anni prima della riabilitazione.

Un cancro lo porta via dolorosamente e si devono quindi prendere decisioni. La vita di una coppia è terminata, i ricordi, le suppellettili, i rumori e le consuetudini che sembravano immutabili, sono sradicati dalle preoccupazioni e dalle necessità di una figlia, medico affermato ed ammirato che da tempo non vive più in famiglia, in ansia per la sorte della vecchia madre rimasta sola.

La Vecchia, questo è l’appellativo senza connotazioni negative usato come semplice evidenza dei fatti con cui Iza si riferisce alla madre, ma dal quale si intravede il suo scarso coinvolgimento emotivo rispetto al mondo interiore di Etelka, vissuta sempre al riparo dalle trasformazioni della società, che ha dedicato le forze ed il tempo della propria esistenza all’amorevole cura del piccolo microcosmo familiare, protetta e cullata da un marito premuroso con il quale ha condiviso momenti difficili e dolorosi, grandi sacrifici, ma anche una vecchiaia serena ed agiata, e che ora è diventata maldestra, imprecisa ed imprevedibile a causa della vecchiaia.

Iza non comprende e rifiuta l’importanza del passato, “crede che il passato dei vecchi sia ostile, non si è accorta che è invece la misura per spiegare e capire il presente”

Questa figlia, perfetta e risoluta nelle decisioni e nel condurre la propria vita, che vive nella capitale distante dal paese di provincia dove è nata, organizza quindi immediatamente la nuova vita dell’anziana madre; non le chiede nulla, non si confronta sulla decisione: la porta con sé a Pest, allontanandola definitivamente dalla vecchia casa scomoda e malandata ma piena dei ricordi di una vita, per confezionarle un’esistenza dorata nel suo appartamento moderno e comodo che relegano però Etelka, ancorata ai ricordi ed alle abitudibìni di un mondo antico e rurale, ad un ruolo passivo e marginale, impedendole di dimostrare l’amore che prova per la figlia attraverso le uniche attività per lei consuete e che danno un senso alla propria esistenza: occuparsi delle faccende di casa, fare commissioni, prendersi cura delle emozioni e delle vicende della vita di Iza.

Iza è ansiosa di dimostrare tutto il suo amore verso la madre organizzandole la vita nei minimi particolari e privandola di tutto ciò che possa costituire un pericolo o una fatica, e se questa situazione inizialmente sembra poter funzionare, presto si trasforma in una barriera insormontabile fra le due donne ed il rapporto si sgretola: Iza, incapace di dimostrare amore ed empatia nelle relazioni amorose, si ostina nel cercare di tenere tutto sotto controllo trascurando i sentimenti di tutte le persone che condividono la vita con lei (l’ex marito, l’attuale compagno), e la madre si rifugia quindi nel calore generato dai ricordi del passato che ricostruisce minuziosamente nelle lunghe giornate oziose trascorse nella casa vuota, nel quale si sciolgono però in definitiva, tutte le illusioni e le speranze che la vecchia si era dipinta per la sua nuova vita, lasciando al loro posto dolore, senso di inutilità ed una immensa solitudine.

La vita di Iza sembra ormai destinata all’abbandono anche da parte di chi l’ama, spaventato dall’assenza di emozioni che ostinatamente rifiuta, allo stesso modo in cui ancora bambina e poi da adulta, non voleva ascoltare le parole di una vecchia ballata che il padre amava cantare che narrava di una vergine che giace sul catafalco “il viso e il petto pallidi, come neve sulle rocce”, emblema forse della sua stessa freddezza ed incapacità di donarsi a qualcuno.

Nel finale del romanzo, ormai sola, Iza invocherà inutilmente al vento gelido del nord, per la prima volta nella sua vita: “Madre mia!” “Mamma! Papà!”

E se è vero che I morti non risposero, spero ancora che per Iza questo sia stato l’inizio di un percorso interiore alla ricerca dei lacci che la tenevano costretta in una inutile corazza che non poteva proteggerla dai dolori ma che sicuramente la sottraeva ai piaceri della vita. Continua a leggere