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Viaggiar leggendo, o anche Leggere viaggiando. Insomma leggere, viaggiare, osservare, scrivere e tornare. Per poter di nuovo partire, sognare, respirare il profumo della libertà.

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La ballata di Iza di Magda Szabò

Terra, Fuoco, Acqua, Aria.

Sono gli elementi essenziali di un Cosmo regolato ed ordinato. Senza la fusione degli elementi è il caos.

Sono, in questo frangente, i quattro capitoli del romanzo “Pilatus”, tradotto nel più suggestivo e probabilmente commerciale titolo italiano “La ballata di Iza”, di Marta Zsabò.

Volendo analizzare il significato del titolo nel riferimento alla storia narrata, si potrebbe provare a definirlo un percorso, una lenta ballata in cui gli elementi essenziali per la genesi di un nuovo equilibrio nel cosmo delle due principali protagoniste non trovano il punto per una fusione che permetta alla vita di fluire e riprendere il corso interrotto.

E’ con la morte di Vince, l’uomo più importante della loro vita, il padre, il marito, la persona che ama e protegge con naturale generosità e senza preclusioni, che cambia inesorabilmente la storia di questo nucleo familiare alla soglia degli anni ’60 in Ungheria, nella società in fermento che cerca di lasciarsi alle spalle i postumi di un oscuro periodo storico legato al regime fascista.

Vince teneva insieme il passato ed il presente, uomo giusto che aveva pagato in prima persona le conseguenze di non essersi piegato ai diktat della dittatura e che per questo era stato esautorato dall’impiego di giudice per 23 anni prima della riabilitazione.

Un cancro lo porta via dolorosamente e si devono quindi prendere decisioni. La vita di una coppia è terminata, i ricordi, le suppellettili, i rumori e le consuetudini che sembravano immutabili, sono sradicati dalle preoccupazioni e dalle necessità di una figlia, medico affermato ed ammirato che da tempo non vive più in famiglia, in ansia per la sorte della vecchia madre rimasta sola.

La Vecchia, questo è l’appellativo senza connotazioni negative usato come semplice evidenza dei fatti con cui Iza si riferisce alla madre, ma dal quale si intravede il suo scarso coinvolgimento emotivo rispetto al mondo interiore di Etelka, vissuta sempre al riparo dalle trasformazioni della società, che ha dedicato le forze ed il tempo della propria esistenza all’amorevole cura del piccolo microcosmo familiare, protetta e cullata da un marito premuroso con il quale ha condiviso momenti difficili e dolorosi, grandi sacrifici, ma anche una vecchiaia serena ed agiata, e che ora è diventata maldestra, imprecisa ed imprevedibile a causa della vecchiaia.

Iza non comprende e rifiuta l’importanza del passato, “crede che il passato dei vecchi sia ostile, non si è accorta che è invece la misura per spiegare e capire il presente”

Questa figlia, perfetta e risoluta nelle decisioni e nel condurre la propria vita, che vive nella capitale distante dal paese di provincia dove è nata, organizza quindi immediatamente la nuova vita dell’anziana madre; non le chiede nulla, non si confronta sulla decisione: la porta con sé a Pest, allontanandola definitivamente dalla vecchia casa scomoda e malandata ma piena dei ricordi di una vita, per confezionarle un’esistenza dorata nel suo appartamento moderno e comodo che relegano però Etelka, ancorata ai ricordi ed alle abitudibìni di un mondo antico e rurale, ad un ruolo passivo e marginale, impedendole di dimostrare l’amore che prova per la figlia attraverso le uniche attività per lei consuete e che danno un senso alla propria esistenza: occuparsi delle faccende di casa, fare commissioni, prendersi cura delle emozioni e delle vicende della vita di Iza.

Iza è ansiosa di dimostrare tutto il suo amore verso la madre organizzandole la vita nei minimi particolari e privandola di tutto ciò che possa costituire un pericolo o una fatica, e se questa situazione inizialmente sembra poter funzionare, presto si trasforma in una barriera insormontabile fra le due donne ed il rapporto si sgretola: Iza, incapace di dimostrare amore ed empatia nelle relazioni amorose, si ostina nel cercare di tenere tutto sotto controllo trascurando i sentimenti di tutte le persone che condividono la vita con lei (l’ex marito, l’attuale compagno), e la madre si rifugia quindi nel calore generato dai ricordi del passato che ricostruisce minuziosamente nelle lunghe giornate oziose trascorse nella casa vuota, nel quale si sciolgono però in definitiva, tutte le illusioni e le speranze che la vecchia si era dipinta per la sua nuova vita, lasciando al loro posto dolore, senso di inutilità ed una immensa solitudine.

La vita di Iza sembra ormai destinata all’abbandono anche da parte di chi l’ama, spaventato dall’assenza di emozioni che ostinatamente rifiuta, allo stesso modo in cui ancora bambina e poi da adulta, non voleva ascoltare le parole di una vecchia ballata che il padre amava cantare che narrava di una vergine che giace sul catafalco “il viso e il petto pallidi, come neve sulle rocce”, emblema forse della sua stessa freddezza ed incapacità di donarsi a qualcuno.

Nel finale del romanzo, ormai sola, Iza invocherà inutilmente al vento gelido del nord, per la prima volta nella sua vita: “Madre mia!” “Mamma! Papà!”

E se è vero che I morti non risposero, spero ancora che per Iza questo sia stato l’inizio di un percorso interiore alla ricerca dei lacci che la tenevano costretta in una inutile corazza che non poteva proteggerla dai dolori ma che sicuramente la sottraeva ai piaceri della vita. Continua a leggere